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Cercare un
filo conduttore nelle opere di un’artista è un’impresa nella quale non
bisognerebbe impegnarsi. A farlo si corre il rischio di privare ogni singola
opera della sua originalità e “autonomia”; qualità che le consentono di
vivere di vita propria -e di sopravvivere- in contesti diversi da quelli
del suo autore.
I quadri sono oggetti artistici di cui il pittore -una volta che li cede- si
priva definitivamente, consegnandoli al bisogno estetico e d’uso di chi ne
entra in possesso.
Per un collezionista o un amatore non è poi così importante sapere chi è
l’autore di un quadro, se non per il valore commerciale che ne deriva.
L’opera ha la preminenza sull’artista e ognuno vi può leggere ciò che vuole.
Bisogna, in qualche modo, risarcire l’artista per questo privarsi continuo
dei suoi quadri, che come figli diventati adulti vanno per la propria
strada. E allora, mettendosi dalla parte dell’artista, accostando una
accanto all’altra le tele come grani di una stessa collana, si può parlare
di una evoluzione tematica e formale che ne testimonia la presenza nella
storia.
A dieci anni di distanza dall’ultima riflessione scritta, posso
tranquillamente affermare che i quadri di Adolfo Corti continuano a
testimoniare un percorso artistico in salita, centrato sulla ricerca di un
equilibrio tematico e formale. In essi non s’intravede alcun dramma
esistenziale, solo la rappresentazione-interpretazione di paesaggi naturali
con linee, forme e accostamenti cromatici originali.
La foresta tropicale o lo tsunami vengono consegnati allo spettatore in
un’armonia di forme e colori che fanno captare l’atteggiamento “primitivo”
dell’artista, che non smette di osservare la natura e continua a
rimanere colpito dai suoi effetti estetici.
La ripropone quindi in paesaggi esenziali, con forme riflesse e
stilisticamente originali. |
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