
Spilinga è un piccolo comune, di circa 1500 abitanti, in provincia di Vibo Valentia. Il suo nome è indissolubilmente legato alla nduja, il tipico salame ‘da spalmare’, famoso ormai in tutto il mondo al pari di altre meraviglie locali come la cipolla di Tropea o il pecorino del Monteporo.
Le tradizioni contadine che hanno portato alla definizione di prodotti di assoluto pregio, quali quelli che abbiamo menzionato, insieme alla vocazione turistica della zona, hanno portato i fratelli Pasquale e Francesco Barritta, emigranti ‘mericani’, ormai sistemati nel ricco New Jersey da svariati decenni, a tornare nel loro paese d’origine per produrre con passione e perizia la nostra bevanda preferita.
Pasquale è stato gentilissimo e disponibile, considerando che sono andato a trovarlo di domenica mattina e per giunta sono arrivato in ritardo poiché, pur se arrivare a Spilinga da Cosenza non è per niente difficile, sono riuscito ugualmente a perdermi.
Quando avete iniziato e come siete arrivati alla decisione di aprire un micro-birrificio a Spilinga?
Mio fratello Francesco ed io abbiamo lavorato come birrai in N.J. nel microbirrificio Heavyweight Brewing, specializzato in Big Brew, cioè birre molto forti. Abbiamo imparato quello che sappiamo direttamente dal nostro maestro Tom Baker, vincitore anche di una "gold medal" in un "contest" degli States, Tom è molto famoso per le suo birre estrose. Adesso ha chiuso il birrificio per aprire un ristorante, con un piccolo impianto, dove produce birre sempre diverse.
Così siamo diventati appassionati ed esperti pure noi. Abbiamo deciso di venire in Calabria perché speravamo in un mercato interessante, grazie al turismo ed alla mancanza di concorrenza. Abbiamo iniziato nel 2005. La vendita è iniziata nel 2006 ed è sempre cresciuta fino ad arrivare ai 5000 fusti attuali prodotti per la maggior parte in estate.
Che tipo di birra producete?
Al momento solo un tipo, una ale chiara. Abbiamo deciso di produrre una ale dopo aver fatto analizzare l'acqua che abbiamo a Spilinga, molto simile a quella di Londra. Si tratta di un ottimo prodotto che è stato apprezzato moltissimo, soprattutto dagli stranieri che capitano spesso da queste parti come turisti. Pensa che il birrificio è diventato tappa fissa delle gite. I tour operator infatti portano qui la gente per rinfrescarsi. Questo ha permesso di far conoscere la birra Cunegonda anche all'estero, grazie al piccolo sistema di imbottigliamento utilizzato unicamente per permettere agli ospiti del birrificio di portare a casa un campione di birra.
Ho visto che in magazzino avete solo malto Weyerman. Non è un prodotto troppo caro?
Weyerman è la Ferrari del malto, veramente ottimo ed effettivamente è caro, ma ormai abbiamo stabilizzato la nostra ricetta. Inoltre è l’unico produttore ad avere il Pale Ale.
Dati i listini già alti, Weyerman è riuscito a mantenere il prezzo contenuto, rispetto agli aumenti che ci sono stati nell’ultimo anno?
No, tieni conto che siamo passati da 52€/qtl agli attuali 107€/qtl.
Ora sul mercato ci sono le malterie dell'est (Europa) che promettono un prodotto di qualità ad 1/3 del prezzo dei concorrenti.
Ancora però non siamo riusciti ad avere una campionatura per poterlo valutare.Del resto l'est Europa è famoso per le sue birre anche se sono diverse rispetto al resto del continente.
Perché avete chiamato il vostro birrificio 'Cunegonda'?
Avevamo un fratello che purtroppo ci ha lasciato, a causa di una malattia. Volevamo ricordarlo nel nome del birrificio. Nostro fratello si chiamava Giuseppe Cunegonda perché era nato il 3 Marzo, giorno in cui si festeggia S.Cunegonda.
Mi vuoi parlare del vostro impianto?
E' un impianto di produzione canadese che abbiamo preso negli Stati Uniti. Ha una capacità produttiva di 23Hl a cotta, E’ un ottimo impianto, ma forse un po’ troppo grande. Anche per questo motivo produciamo un unico tipo di birra. Prima di arrivare al risultato attuale abbiamo dovuto fare nove cotte. Uno sforzo simile è ipotizzabile per qualunque ricetta, noi ne abbiamo di già collaudate negli Stati Uniti, ma qui abbiamo altri ingredienti, un’altra acqua, un impianto diverso e soprattutto abbiamo clienti che non sono per nulla pronti alle novità che potremmo introdurre. Dunque anche una ricetta che in NJ ha avuto successo, quì avrebbe bisogno di un necessario aggiustamento.
Nel New Jersey abbiamo fatto tantissimi tipi di birra, abbiamo fatto per esempio la birra con le ostriche, una stout ovviamente, sia utilizzando i soli gusci sia con gli animali vivi, che poi abbiamo mangiato con soddisfazione. Abbiamo fatto anche una Imperial Porter che è andata molto bene. Abbiamo fatto di tutto. Anche una gruit, senza luppolo, usando solo spezie. Ma qui è già difficile vendere una birra molto semplice.
Proprio per questo motivo stiamo cercando un impianto pilota, per poter fare le prove per le nuove ricette ed anche per poter fare assaggiare le birre ai nostri clienti senza dover impegnare 23Hl. Abbiamo ad esempio in mente di sviluppare una birra al bergamotto. Purtroppo anche da questo punto di vista la situazione è molto diversa rispetto agli USA dove si riesce a comprare un piccolo impianto anche con 2000$, qui sono capaci di chiederti anche 15000€.
Come avete organizzato la distribuzione? Avete dei rappresentanti?
Vorremmo arrivare a creare un cofanetto con sei birre diverse, una cosa pensata apposta per gli appassionati. (NDR un six-pack misto, non vengono dagli States per niente).
Hai parlato della possibilità di sviluppare una birra al bergamotto, cercate un legame con il territorio?
La birra quì è un prodotto di trasformazione, non un prodotto locale, perchè quì non c'è produzione né di cereali né tanto meno di luppolo. Sarebbe bello coltivare l'orzo per farmelo maltare, o coltivare il luppolo. Io ho delle piantine di luppolo ma le tengo solo per scopo ornamentale. Sarebbe bello ma o faccio il contadino o faccio il birraio.
Discorso diverso è quello di sfruttare i prodotti locali per sviluppare idee nuove. Ed in questo contesto trovano posto il bergamotto, la liquirizia ed anche il peperoncino.
Uno sguardo all'orologio mi fa scoprire che sono passate più di due ore da quando sono arrivato in questo posto immerso nella campagna del vibonese. Qualche altro minuto per scattare un paio di foto e salutare il simpatico Pasquale e poi sono sulla via del ritorno.
Non sono riuscito a mantenere l'articolo entro dimensioni ridotte, nonostante abbia tagliato tanto. Pasquale si è rivelato un grande appassionato, oltre che di birra, un appassionato della Calabria, con una voglia matta di poter fare qualcosa per migliorare la vita di una regione bella da impazzire.
Noi vendiamo la birra direttamente, adesso abbiamo 37 locali. Direttamente perchè il prodotto artigianale è diverso da quello industriale, io devo potermi sedere con il cliente per fargli capire di cosa parliamo, per potergli fare assaggiare il prodotto e spiegargli i motivi per cui la nostra birra è un buona scelta.
Abbiamo adottato una politica di vendita basata sulla freschezza del prodotto. In estate, il periodo in cui si concentra la produzione, cambiamo i fusti continuamente ai clienti con il prodotto fresco, anche se non sono vuoti..
Un rappresentante non potrebbe fare un discorso simile, il rappresentante parla solo di prezzi e quantitativi.
Certo è molto difficile, perchè la birra non fa parte della nostra cultura e la diffidenza fa il resto. La nostra birra infatti si vende bene dove ci sono ragazzi, perchè sono quelli che vanno in giro, che spesso sono stati all'estero ed apprezzano questo tipo di prodotto.
Siete venuti dal New Jersey a Spilinga a fare birra, forse sarebbe stato più facile fare la nduja nel New jersey?
Si, sicuramente. Noi calabresi siamo più rigidi in fatto di gusti alimentari rispetto agli americani.
Vi siete pentiti?
Mio fratello dice che questa è un'avventura, siamo stati emigranti negli States per quarant'anni e poi un salto nel buio. Ci siamo accorti subito che avremmo tardato a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissi. E’ difficile entrare nel mercato, in Calabria c'è diffidenza verso i prodotti fatti da calabresi. Credevamo si guardasse al prodotto, invece qui si guarda solo all'immagine. C'è ancora tantissima gente, e purtroppo tantissimi gestori, per i quali la birra è solo quella tedesca, cioè la lager industriale, perché in realtà sono pochi a conoscere le vere birre tedesche, che sono tante e tutte diverse. Pensa che abbiamo avuto un cliente che per un intero anno si è rifiutato di esporre il nostro marchio per paura di non riuscire a vendere un prodotto calabrese. Per fortuna adesso ha cambiato idea. E' difficile! Ma non ci siamo pentiti. A noi basta consolidare la resa economica del birrificio, trovare l'impianto pilota e quindi poterci dedicare alla creazione di nuove birre per soddisfare la nostra passione.